Aranciu

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mercoledì 22 agosto 2007







  • ....Quando iniziò la prima fioritura della fotografia,
    tra il 1820 e il 1840,
    la sua funzione principale
    era considerata la produzione di ritratti
    degli individui.
    Ciò che fino ad allora era stato possibile solo ai nobili,
  • divenne alla portata di tutte le classi sociali.I fotografi percepivano però che esisteva
  • un mercato
  • emergente
  • al di fuori del ritratto.
  • Nacque così il commercio di fotografie che ritraevano oggetti,
case,
strade,
paesaggi e, finalmente,
nudi.
Secondo David Leddick,
autore del libro The male nude (1999),
la società impose inizialmente
la commercializzazione esclusiva
delle fotografia di nudi femminili,
anche con fini erotici
per quanto camuffati sotto una patina "artistica".
Ma poiché alla maggioranza degli uomini
non piaceva la vista del nudo maschile,
in un'ottica maschile nessuno si poneva il problema
se qualche donna avrebbe potuto apprezzare
la bellezza artistica contenuta in un nudo maschile.
E gli uomini che potessero ammirare la bellezza
in tale forma
erano una minoranza.
Alle origini,
la fotografia venne vista a lungo
come una forma di riproduzione meccanica del reale,
una "fotocopia" della realtà,
priva della mediazione artistica
permessa da forme d'arte molto più antiche,
come la pittura e la scultura.
La capacità della fotografia di mostrare le cose
"per quel che erano"
da un lato affascinava,
dall'altro però spaventava
per quella che veniva giudicata la sua "crudezza",
che non permetteva gli abbellimenti normali
nelle arti tradizionali.
Nella fotografia applicata al nudo
si apprezzò subito la possibilità di fornire modelli
ai pittori e ai disegnatori
a un prezzo imbattibile,
ma si deprecò la crudezza della rappresentazione,
che faceva continuamente sfiorare
il sospetto dell'oscenità e della pornografia
anche quando il soggetto
non aveva intenti espressamente sessuali.
Questo pericolo era molto più presente,
si sosteneva per giustificare il tabù
nei confronti del nudo maschile,
con il corpo dell'uomo,
che ha i genitali esposti (se non esibiti) alla vista,
cosa che invece non avviene in quello femminile.
A tale problema sfuggono in origine
solo le fotografie espressamente prodotte
per fornire modelli agli artisti (e ancor oggi
conserviamo molte immagini che hanno perfetti
corrispondenti in quadri o statue),
e quelle scientifiche,
per esempio destinate ai medici:
in entrambe il nudo era presentato
come "necessità".
Tra le foto prodotte per artisti
(in alcuni casi addirittura su commissione,
come nel caso
di Durieu(1800-1874)
con Delacrois,
o di Gaudenzio Marconi (1841-1885)
con Auguste Rodin)
spiccano per interesse quelle di Cavalas
e dei già citati Durieu e Marconi.
Particolarmente interessanti come documento
dell'ideologia che vedeva il nudo fotografico
quale "supporto tecnico" all'artista
sono le immagini
del libro Der act di Rieth e Koch (1894),
nelle quali il fotografo rinuncia ostentatamente
a qualsiasi nobilitazione artistica del soggetto.
I modelli sono collocati accanto a specchi
per moltiplicare i punti di vista dell'immagine,
appesi a trapezi,
rovesciati su divani
appoggiati in verticale al muro
(con un effetto talora comico),
badando esclusivamente a massimizzare
l'utilità tecnica dell'immagine,
anche a scapito della bellezza
della composizione.
Tra le foto scientifiche di nudo spiccano ancor oggi
per il loro valore estetico
quelle del britannico Muybridge,
che negli USA
studiò il moto degli animali,
inclusi gli esseri umani (per l'appunto nudi)
scattando a brevissimi intervalli
sequenze d'immagini
attraverso una serie d'apparecchi fotografici
non sincronizzati,
e unendo poi le immagini risultanti
in sequenze che rendevano visibili
le fasi del movimento (cronofotografia).
I suoi studi furono pubblicati nel 1887
e conquistarono infine,
anche nei puritanissimi Stati Uniti,
una prima, timida rispettabilità "scientifica" al nudo,
aprendo la strada anche agli esperimenti di un artista
come t.Heakins.
(La vulgata che vorrebbe Muybridge
quale "sdoganatore" del nudo maschile
a livello mondiale
non ha ovviamente la minima base storica,
essendo stato il nudo maschile
prodotto da decenni in Europa
anche prima del suo lavoro).
Le possibilità offerte in campo erotico dalla fotografia
non sfuggirono affatto ai nostri antenati,
che non a caso iniziarono a produrre foto di nudo
o seminudo femminile
praticamente in contemporanea con l'invenzione
del nuovo strumento tecnico.
Tale produzione fu però duramente contrastata
dalle autorità,
e spesso confinata a creazioni fatte "in proprio"
(che circolavano tramite originali fotografici,
stampati uno per uno,
e non riprodotte su libri o riviste
a stampa a basso costo, come oggi),
dalla diffusione clandestina,
spesso prodotta per e spacciata nei bordelli,
nei quali serviva anche ad esibire al cliente
in modo comodo e rapido (e "senza veli") il "catalogo"
delle prostitute presenti.
Ancora più rara e ancora più perseguitata
fu la produzione erotica di nudo maschile,
che aveva un mercato
quasi esclusivamente gayi n mondo in cui
l'omosessualità era in sé stessa
un reato in molte nazioni occidentali.
Per questo motivo la foto erotica di nudo maschile
fu costretta ad apparire sotto aspetti
maggiormente "accettabili" per la società dell'epoca.
L'arte, di cui si è già parlato,
fu ovviamente l'alibi principale che permise
una produzione limitata (e comunque perseguitata)
di nudo erotico maschile,
di prezzo elevato e quindi riservata ad una èlite.
Poiché la fotografia iniziò ad essere accettata
come un'arte a sé relativamente tardi
(ancora a XX secolo avanzato si dibatteva
sul fatto se lo fosse o no)
, una parte di questa produzione si camuffò
nella categoria sopra discussa dei "modelli per artisti".
Un altro alibi fu la fotografia "antropologica"
o "etnologica",
relativa a popoli percepiti come "non civili"
(e quindi "scostumati"),
e abitanti in zone in cui,
per il clima,
la (semi)nudità era comune.
Questa produzione toccò anche paesi meno lontani,
ma nei quali il turismo gay
portava i potenziali clienti: l'Italia soprattutto,
ma anche i Paesi del Nord Africa,
con la proposta di ragazzi del luogo seminudi
o nudi
del tutto.
La più celebre produzione di questo tipo
è probabilmente quella dello studio
Lehnert & Landrock,che operò in Nord Africa,
proponendo foto "antropologiche" ed "esotiche"
di nudo integrale femminile,
accanto a foto più castigate,
ma di grande sensibilità un po' nuova ai più,
di ragazzetti semi svestiti.
Si noti che questi soggetti,
che oggi sarebbero senza dubbio tacciati di pedofilia,
furono all'epoca riprodotti come cartoline
e venduti
(e spediti attraverso il normale servizio postale)
a migliaia di esemplari.
La mentalità dell'epoca giudicava infatti,
all'opposto di quanto facciamo noi oggi,
meno immorale il nudo di bambini
rispetto a quello di adulti.
I segni della pubertà,
a iniziare dal pelo,
specie quello pubico,
erano all'epoca considerati
come automaticamente "sessuali",
e quindi "osceni".
Viceversa il nudo preadolescente
era considerato
come meno evocativo della sessualità,
e per questo era più facilmente accettato.
(Questa osservazione
vale ovviamente anche per gli altri tipi di foto di nudo
dell'epoca).
La nascente fotografia sportiva
costituì un altro campo in cui era lecito,
anzi addirittura logico,
esibire la bellezza di un corpo maschile nudo
o seminudo,
anche se il suo utilizzo per soddisfare
la domanda del mercato di immagini di nudo maschile
fu un fenomeno che si sviluppò solo dopo la Seconda
guerra mondiale,
massimamente negli USA.
A questo tipo di fotografia si rivolgevano coloro
che avevano una preferenza per il corpo maschile
adulto e virile,
mentre la foto d'arte tendeva allora a preferire
il corpo adolescente o comunque dell'adulto
dalle caratteristiche maschili non troppo marcate.
Con la scusa della "statuarietà"
furono prodotte e smerciate
in migliaia di esemplari
cartoline rappresentanti
celebri lottatori o sollevatori di pesi dell'epoca.
Assimilabile alla fotografia sportiva
era in questo senso anche la foto circense,
venduta alle esibizioni pubbliche di forza
(nei Circhi, ma anche nei teatri)
che ebbero molto successo a cavallo fra XIX e XX
secolo, creando vere e proprie "star" del muscolo,
le cui foto adeguatamente discinte erano prodotte
in massa per essere vendute a spettatori e fans.
Uno degli obiettivi di questo blog
è anche quello
di analizzare,
principalmente attraverso le immagini,
l’eros maschile pricipalmente
e non soltanto
in tutte le sue possibili espressioni artistiche.
Ovviamente le scelte e le selezioni che opero
sono un riflesso del mio gusto personale
e quindi non intendono fornire modelli universali,
ma solo stimoli all’osservazione
e alla riflessione.
In un mondo in cui subdoli pregiudizi maschilisti
fanno del nudo femminile
un prodotto a buon mercato
e del nudo maschile
un motivo di vergogna.
Ferrea si impone
la mia opposizione
alle ingiustificate forme di censura
che vogliono l’uomo
coperto da una metaforica “foglia di fico”
perchè antiestetico e scandaloso.
La nostra società ha purtroppo perso di vista
il concetto classico di bellezza,
svilendolo e capovolgendolo deliberatamente.
Il rifiuto della nudità maschile altro non è
che il risvolto esplicito
di quel che non si vuol ammettere:
la paura di confronti e prurigini.
Una paura che sputa così in faccia
a secoli di storia
dell’arte
che hanno accompagnato la storia degli uomini
e della loro cultura fino ad oggi.
Quello che tento di fare è creare anche uno spazio
che si ponga a metà tra il falso-pudore
e la pornografia,
tra la censura totale e la volgarità,
svelando l'uomo nella sua
integra e pura bellezza.........

lunedì 20 agosto 2007


Psicologia del masochismo
Considerato come fenomeno non patologico,
il masochismo viene comunemente spiegato
come la condizione di chi vive il dolore come accentuazione del piacere;
non necessariamente però
il piacere conseguito
consiste nell'eccitazione e nell'orgasmo,
che spesso,
anzi,
sono vissuti dal soggetto masochista come il conclusivo momento di distensione e di abbandono,
successivo
però
e non strettamente conseguente alle pratiche masochistiche di cui egli è stato vittima.

Le spiegazioni scientifiche
si basano su livelli diversi,
principalmente i recettori del dolore e del piacere sono gli stessi,
mandando segnali diversi in base alla forza con cui vengono sollecitati.
Una carezza
ed
uno schiaffo
mettono in campo gli stessi recettori,
uno schiaffo ovviamente solleciterà gli stessi in maniera maggiore,
lasciandoli ad una soglia più alta.
Una carezza successiva verrà percepita in maniera più forte e con maggiore intensità.

Il dolore fa produrre al cervello endorfine
che poi restano in circolo dando una sensazione di euforia.
Queste sensazioni in aggiunta allo stato mentale che si crea con il partner
rendono il dolore un piacere da assaporare e vivere.
Ovviamente questo in un rapporto consensuale
è vissuto liberamente.

Occorre anche ricordare,
in questa sede,
che il termine masochismo
è usato,
per estensione,
per descrivere tutte quelle condizioni soggettive
in cui l'essere umano
si trova a vivere passivamente
Platone dice in un passo del Simposio: "Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l'uno dall'altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l'anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando, da un fondo enigmatico e buio".



Vorrei che lei mi chiarisse un punto.
Molte donne,
ma anche uomini,
scrivono alle titolari delle rubriche del cuore lettere che iniziano all'incirca così.

"Ho una famiglia meravigliosa,
un uomo/donna che amo e mi soddisfa,
dei figli stupendi"
Fantastico, uno pensa,
meno male che qualcuno è felice di stare in coppia.
Subito dopo, però,
si apprende che la persona in questione ha avuto un incontro casuale con un'antica conoscenza,
un collega,
un compagno di viaggio
che si è concluso in un rapporto sessuale folle,
entusiasmante,
memorabile.
Stando alle lettere, a volte il bagno di sesso finisce lì,
altre continua saltuariamente,
altre ancora si trasforma in una amicizia erotica alla quale si fa fatica a rinunciare.

Domanda:
ma se questa famiglia è tanto meravigliosa,
se il rapporto di coppia è così perfetto,
se si è tanto "innamorati", perché mai si tradisce il proprio partner?
Uso l'espressione "tradire" con cognizione di causa:
dubito, infatti, che l'amore, se non è scambiato per un'agenzia di servizi,
possa contemplare la capacità di nascondere una sessualità parallela.
O sono bigotto io?

Francesco Donati, Milano

Risponde U.Galimberti

Le relazioni sessuali non sono mai parallele perché sono sempre individuate e non ci convocano mai chiamandoci con lo stesso nome. Ciò dipende dal fatto che la sessualità pesca nell'altra parte di noi stessi dove non siamo una persona, ma una popolazione tanto numerosa quanto le divinità dell'Olimpo a cui la mitologia greca era ricorsa per dare volto alle passioni degli uomini. Ogni amore è allora una relazione con una divinità che nel profondo ci abita o, se preferiamo, dal momento che il nostro linguaggio ha tradotto la mitologia in patologia, con una delle nostre passioni. Per questo ogni incontro d'amore è una storia diversa, anzi è un capitolo di quella storia infinita che è la ricognizione di sé. Quel che però gli innamorati ignorano è che la persona di cui si innamorano è lì solo perché, meglio di altri, riflette, come uno specchio, l'attivarsi di una movenza della nostra anima, che noi patiamo, e perciò la chiamiamo "passione". Ma la storia è con le nostre passioni. L'altra persona non c'entra. Perché le scrivo? Perché non la conosco e dunque parlerò senza il complesso di essere giudicata. Non sono sposata e, forse per questo, assumo l'amicizia come un rapporto non accessorio ma di fondamentale importanza. E vengo al punto. Dopo molti anni sto giungendo alla conclusione che, in barba al femminismo e alla tanto osannata parità dei diritti, in realtà tra donne non esiste alcuna solidarietà. Anzi, in buona parte dei casi le relazioni tra donne sono basate essenzialmente su un continuo, estenuante racconto del proprio vissuto (si dice così?) e, per essere ancora più oneste, sull'andamento quotidiano del rapporto con il fidanzato, sugli incontri con un aspirante fidanzato, sulla fine della storia con l'ex fidanzato. E che dire della competizione - sottile, plateale o latente - che aleggia quando di mezzo c'è un "lui"? Come per magia, l'amica che fino a poco prima ti aveva asfissiato con lamentele ai limiti del suicidio, diventa improvvisamente brillante, allegra, accattivante. Il bisogno continuo delle donne di essere seduttive è, a mio avviso, non solo deprimente ma rivela anche una prostituzione psicologica che asfissia la genuinità dei rapporti tra donne. Adriana Biglia, Roma Forse l'amicizia è solo una preparazione all'amore e quando vuol prenderne il posto rivela tutta la sua insufficienza. Si è amici e solidali nella prima adolescenza, quando ci si allena con l'amica del cuore a quel dialogo segreto e duale che verrà poi utilizzato nelle successive storie d'amore. È un dialogo denso di simboli e di travasi d'anima, quasi un gergo privato, inaccessibile agli altri, indispensabile per custodire quelle prime movenze dell'anima che, vissute in solitudine, spaventerebbero, e vissute in mezzo a tutti dileguerebbero. Ma quando si incontra l'amore tutto ciò che era maturato nello scambio amicale trova il suo approdo e l'amicizia sfuma come tutte le cose che hanno il loro senso al di là di se stesse. Se ogni strada ha in vista una meta, non possiamo pretendere dalla strada la felicità promessa dalla meta. Se poi la meta ci inganna, ritorniamo per strada, ma dai nostri e dagli altrui passi delusi non possiamo attendere felicità. A meno di rinunciare alla meta per godere dei paesaggi che la strada, di volta in volta, dischiude. Ma per questo bisogna acquisire la psicologia del viandante, che, senza meta, senza punti di partenza e di arrivo che non siano punti occasionali, trova solidarietà tra quanti, al pari di lui nomadi, vivono il mondo nella casualità della sua innocenza non pregiudicata da alcuna meta da raggiungere, dove è l'accadimento stesso, l'accadimento non iscritto nelle prospettive di un progetto finale a dare felicità. Allora, e solo allora, si incontra vera amicizia e vera solidarietà. Ma noi occidentali non abbiamo una psicologia nomade. Corrotti dalle mete che i progetti ci propongono, conosciamo dell'amicizia e della solidarietà solo i cascami, ciò che resta di progetti mancati.

sabato 30 giugno 2007


L'innocenza della natura e il destino dell'uomo


di Galimberti



Ospiti come siamo della tradizione giudaico-cristiana, pensiamo che l'uomo abbia il potere, se non addirittura il dovere, di dominare la natura. Questa tradizione, infatti, pensa la natura come l'effetto di una volontà, della volontà di Dio che l'ha creata e dell'uomo a cui è stata consegnata. Così concepita, la natura non è più come pensavano i greci, espressione dell'ordine immutabile della necessità, ma dominio della volontà. Per ordine divino, essa dipende dall'uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio.Questa visione del mondo comporta che l'indagine sulla natura non ha più in vista la conoscenza delle sue leggi immutabili, a cui si rivolgeva la scienza e la filosofia greca, ma l'intenzione della progettualità umana che, come vuole il programma di Bacone, "scientia est potentia", conosce soprattutto per dominare.Per il Greco, invece, sotto il sigillo della necessità la natura mostra il suo ciclo crudele e innocente di vita e di morte, dove l'una è concessa a condizione che l'altra accada. La morte, infatti, è un destino che tocca i viventi perché altre vite possano vivere. Come momento di scansione del ritmo della vita, la morte è naturale quanto la vita stessa. Ciò non significa che ogni vivente, e in particolare l'uomo, si consegni rassegnato alla morte. In quanto espressione di vita, ogni vivente resiste, per quanto può, alla morte, e pretende per sé la pienezza del vivere.Salvatore Natoli, che meglio di altri ha colto nella crudeltà innocente della natura la condizione tragica dell'uomo, scrive in I nuovi pagani (il Saggiatore): "Si tratta di una crudeltà che non è mai delitto, poiché ogni distruzione è generazione, e la natura crea nel travaglio. Soprattutto, la natura dissipa perché qualcosa di riuscito nasca, e ciò che riesce è frutto di una selezione inavvertita, di un caso. Ma c'è di più. Di ciò che riesce non si può mai dire che sia il meglio di quello che sarebbe potuto accadere, e, per converso, ciò che fallisce non ha per ciò stesso minor valore di ciò che è riuscito. Il successo non ratifica la bontà di un evento, allo stesso modo in cui il fallimento non è un'obiezione con- tro quello che sarebbe potuto accadere".La natura spreca senza rimpianto. Ciò che deve perire non può essere salvato, perché altre vite urgono. La natura non indugia su ciò che muore, ma sulla bellezza di ciò che vive, anche se non dura. È vero, questa bellezza scaturisce da uno sterminato dolore, perché quello che vive deve la sua vita a molte morti. Ma siccome questa crudeltà è condizione di vita, la crudeltà, la morte, il dolore non sono per i Greci un'obiezione alla vita, non sono, come per la tradizione giudaico-cristiana, qualcosa di collegato a una colpa originaria, e perciò non cadono sotto il dominio della morale, ma mantengono la loro innocenza.In quanto innocente, la crudeltà della natura, di cui sofferenza e morte sono espressioni, non ha bisogno di una redenzione, di un altro mondo che riscatti questo mondo. Per questo il Greco non chiede la vita eterna, e, per avere preso sul serio la sua mortalità iscritta nella legge di natura, chiede una vita lunga e il più felice possibile.La morte non ha quindi per il Greco un effetto malinconico-depressivo, perché che la natura faccia nascere per morire non è un "inganno", come invece pensavano i romantici, Schopenhauer e Leopardi sopra tutti, ma una necessità, all'interno della quale ogni vivente si attiva per procrastinare la sua vita, o comunque per viverla in tutta la sua pienezza.Sottoposto al fato, al "già detto", come vuole il significato della parola "fatum", l'uomo ha anche la possibilità di giocarsi il suo destino attraverso la vita che condiziona il suo futuro. Il messaggio dell'oracolo di Delfi, "Conosci te stesso", infatti, non ha tanto una valenza psicologica, quanto il significato di un invito a prendere consapevolezza che il destino non è solo qualcosa che proviene dall'esterno, ma anche qualcosa che l'uomo si costruisce nella modalità di condurre la sua vita, per cui il modo con cui abbiamo vissuto "destina" il nostro futuro. Ciò significa che l'uomo è sì sottoposto al destino a cui la natura destina ogni vivente, ma, all'interno di questo destino, c'è per l'uomo uno spazio espressivo.In questo l'uomo gioca la sua libertà per il tempo che la natura glielo concede, produce il suo senso, un'apertura che però non può nascondersi la morte che è l'implosione di ogni senso, di qui l'essenza tragica dell'esistenza umana, che il Cristianesimo non accetta, invitando alla fede e alla speranza nella vita eterna.

mercoledì 24 maggio 2006


Una delle cose piu belle che ho creato pensando a Loris.......
WILLIAM JAMES
Se ad avviare il movimento pragmatista fu Peirce, a promuoverne la diffusione sul piano internazionale fu William James, frequentatore come Peirce del 'Club metafisico' di Chauncey Wright. James, nato a New York nel 1842, proveniva da una ricca e colta famiglia americana: il padre, Henry James, era esponente di rilievo della filosofia trascendentale e il fratello maggiore era invece famosissimo scrittore. Dopo aver viaggiato a lungo in Europa, William James insegnò psicologia e filosofia ad Harvard. Morì a Chocorua (New Hampshire) nel 1910. Di fondamentale importanza, infatti, sono i suoi Princìpi di psicologia (1890). Tra le opere filosofiche più importanti vanno senz'altro ricordati "La volontà di credere e altri saggi di filosofia popolare" (1897)," La varietà dell'esperienza religiosa "(1902)," Pragmatismo: un nome nuovo per vecchi modi di pensare" (1907)," Il significato della verità "(1909), nonchè i postumi "Saggi sull'empirismo radicale" (1912). "I Princìpi di psicologia ", sebbene non abbiano un oggetto specificamente filosofico, già contengono alcuni assunti che prefigurano la successiva teorizzazione del pragmatismo da parte di James. In essi la vita psichica dell'individuo viene descritta nei termini di un flusso di sensazioni ( stream of feelings ), che si succedono ininterrottamente, compenetrandosi le une con le altre: in questo modo James si contrappone alla scuola associazionistica, che presuppone una giustapposizione successiva e meccanica di sensazioni distinte e indipendenti. La mente umana non é comunque una realtà distinta rispetto al mondo naturale: piuttosto, l'una e l'altro sono i due aspetti diversi di un'unica realtà o, perlomeno, di un unico complesso di realtà integranti. Trova così una spiegazione la celebre teoria jamesiana dell' azione riflessa , in base alla quale ogni atto psichico non é che la risposta a uno stimolo proveniente dal mondo esterno, senza che si possa separare la prima dal secondo. L'ambiente esterno influenza la vita psichica, la quale a sua volta, tramite l'azione maturata in risposta alla sollecitazione ricevuta, trasforma l'ambiente. Questa interazione non va però concepita in chiave deterministica, dal momento che la risposta dell'individuo all'ambiente contiene sempre una componente di spontaneità che é espressa da quello che James definisce il ' dipartimento della volontà ', al quale sono sottoposti in funzione strumentale sia il ' dipartimento della sensibilità ', preposto alla ricezione dello stimolo, sia il ' dipartimento del pensiero cogitativo ', che interpreta le impressioni esterne in vista della risposta motoria. Dopo aver letto Materia e memoria di Bergson, nell'ultima fase del suo pensiero, James riprenderà la concezione psicologica di una completa integrazione tra mondo psichico e mondo naturale, dandone una riformulazione filosofica sotto la denominazione di empirismo radicale . Nei saggi postumi dedicati a questa prospettiva egli parla infatti di un'unica sostanza reale, che di per sè non é nè spirituale nè materiale: questa sostanza si rifrange in una miriade di elementi, anch'essi nè pura coscienza soggettiva nè puro oggetto di coscienza, i quali prendono il nome di esperienza pura . Il processo della conoscenza é dato esclusivamente dal fatto che i diversi elementi dell'esperienza pura si determinano secondo rapporti reciproci diversi, configurandosi ora come 'conoscente' ora come 'conosciuto'. La teoria psicologica dell'azione riflessa aveva altri due aspetti filosoficamente importanti: l'esito pratico di ogni processo mentale e il suo orientamento verso il futuro. Questi due elementi fanno ritorno, filosoficamente rivalutati, anche nella concezione jamesiana del pragmatismo. Per James come per Peirce, il significato di un'idea o di una teoria è dato dalle sue conseguenze pratiche future. Ma, se per Peirce quest'affermazione implica solamente una teoria del significato, per James essa si trasforma in una teoria della verità . Le conseguenze di cui parla Peirce sono sempre conseguenze generali e oggettivabili, per cui il metodo pragmatistico viene pensato specialmente in vista della sua utilizzabilità in campo scientifico, rendendo possibile la distinzione tra le diverse teorie sulla base dei loro diversi effetti pratici. Per James, al contrario, le conseguenze in questione sono individuali, per cui la validità di un'idea o di una teoria è misurata dalla sua capacità di sortire l'effetto che l'individuo soggettivamente si attende, senza pretendere riscontri sul piano oggettivo. In altre parole, la verità di un'idea viene a coincidere con la sua efficacia pratica : questo Peirce lo negava in modo esplicito. Si spiega così perchè il pragmatismo di James assuma una coloritura differente da quello di Peirce e sia strettamente connesso con la sua teoria più famosa, quella della volontà di credere . In base a questa teoria James sostiene che vi sono casi in cui l'uomo non ha bisogno di aspettare una verifica empirica della sua credenza, ma può credere esclusivamente in base ad una disposizione emotiva o passionale. Perchè questo sia legittimo, però, bisogna che vi siano alcune condizioni. In primis, bisogna che la questione non sia immediatamente verificabile tramite l'esperienza scientifica o storica: non posso credere che un asino possa volare o che Lincoln non sia esistito. Inoltre, occorre che l'opzione, cioè la scelta di credere o di non credere, sia viva (cioè stimoli il mio interesse), importante (cioè non banale) e obbligata (cioè non rinviabile senza che ciò comporti una scelta negativa). E' questo il caso delle questioni etiche (si può promuovere un miglioramento morale del mondo?) o religiose (esiste Dio?). In questi casi non solo si ha il diritto di credere, ma la credenza può creare essa stessa la propria verifica. Un alpinista che, per superare un precipizio, deve compiere un salto al limite delle proprie capacità, avrà maggiori probabilità di riuscire nell'impresa se, credendo di avere energie sufficienti, le userà tutte nel salto: nello stesso modo il mondo può diventare davvero migliore se noi crediamo in questa possibilità e lavoriamo in questa direzione. Il pragmatismo si configura dunque in James come filosofia dell'ottimismo e dell'intrapresa , come filosofia che risponde pienamente alle esigenze culturali e sociali degli USA che, smarriti gli ideali del pionerismo e della frontiera ed accingendosi a diventare la prima potenza mondiale, aveva un grande bisogno di nuovi contenuti spirituali e di nuove sollecitazioni ideali. A questa esigenza americana risponde anche l' etica di James, che vuol essere allo stesso tempo una morale del sacrificio e dell'ottimismo. Ogni esigenza umana ( in inglese claim )ha per lui il diritto di essere realizzata, essendo di per sè priva di connotazioni morali. Ma, dato che le esigenze non sono tutte compatibili tra loro, acquisteranno valenza etica (e dovranno essere realizzate) solo quelle che, promuovendo ' un ordine sempre più inclusivo ', cioè una sempre maggiore armonia tra le esigenze umane, contribuendo alla realizzazione del maggior numero possibile di esse. Con questa teoria James formulava una prospettiva morale in cui l'esito positivo non era assicurato da nessuna teoria del progresso necessario, ma dipendeva dalla volontà e dall'impegno dei singoli uomini. Una filosofia morale per esseri finiti, come sono gli uomini; perchè in questa sfida non entrasse alcuna forza assoluta, che predeterminasse la sua ricerca, James non esita a raccogliere un suggerimento di John Stuart Mill e a parlare di un Dio finito , che collabora con gli uomini nella produzione dell'ordine morale senza poter fornire, però, neppure lui la garanzia del successo: se Dio fosse onnipotente, del resto, si chiede James, come si spiegherebbe il male? Ecco allora che affiora il ' migliorismo ' di James, la teoria secondo la quale la salvezza dell'universo é attuabile solo con la collaborazione di tutte le sue componenti, Dio compreso.



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Non amo avere rotti i coglioni...e ...e detesto chi non li ha....