Aranciu

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mercoledì 21 maggio 2008


La Cina per battere la fame compra terreni in tutto il mondo

Prima abbiamo visto l' invasione del "made in China", dall' abbigliamento ai computer. Da qualche anno è subentrata una seconda fase: le multinazionali cinesi comprano aziende occidentali, il Tesoro di Pechino interviene nei salvataggi di banche americane ed europee diventandone azionista. Ora parte il terzo stadio dell' espansione planetaria. La Cina va a caccia di grandi terreni agricoli da comprare in tutto il mondo, per garantire che potrà sfamare la sua popolazione anche in caso di iperinflazione e crisi dei raccolti. Dall' America latina all' Africa, dall' Asia all' Oceania, la nuova strategia punta a risolvere uno dei più gravi problemi di lungo periodo: la sicurezza alimentare. Il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao hanno registrato con allarme i disordini scoppiati in molti paesi vicini (dalle Filippine all' Indonesia) per la penuria di riso. Nella stessa Cina l' inflazione dei generi alimentari è ai massimi dagli anni Ottanta, con punte del 50% per la carne di maiale. Il carovita è al primo posto fra le preoccupazioni della popolazione - ben più del Tibet o delle Olimpiadi - e può far vacillare la stabilità del regime. La Repubblica Popolare non rischia certo le carestie che la affliggevano ai tempi di Mao Zedong. Oggi è una superpotenza anche nell' agricoltura. E' il primo produttore mondiale di grano, riso, patate, prodotti ortofrutticoli. Ma i grandi numeri dei raccolti nascondono uno squilibrio progressivo. I consumi interni esplodono, con il boom economico una quota crescente di famiglie può permettersi una dieta alimentare sempre più ricca. Nel 1985 i cinesi consumavano in media 20 chili di carne a testa in un anno. Nel 2000 il consumo di carne era balzato a 50 chili pro capite. Tra dieci anni secondo la Fao i cinesi mangeranno più di 70 chili di carne a testa. L' allevamento del bestiame assorbe una quantità sempre maggiore di cereali. In molte commodities agricole - dal grano al riso - la Cina ha smesso di esportare; per la soya è diventata così dipendente dall' estero che importa già il 60% del suo fabbisogno. Nel lungo termine non può farcela da sola. Entro le frontiere della Repubblica Popolare vive oggi il 21% della popolazione mondiale ma la sua agricoltura ha solo il 9% delle terre arabili del pianeta. La scarsità di superficie coltivabile nasconde un altro vincolo, perfino più drammatico: la mancanza di acqua, aggravata da inquinamento e desertificazione. La Cina ha solo l' 8% delle riserve di acqua potabile del pianeta; un terzo della superficie nazionale è fatta di deserti e le zone aride continuano a "rubare" territorio di anno in anno. Di qui il piano per partire alla conquista dei "granai del pianeta". E' una direttiva preparata dal ministero dell' Agricoltura: Pechino spinge le grandi società agroalimentari cinesi a investire nell' acquisizione di superfici coltivabili in tutto il mondo. Potranno contare sul sostegno dello Stato, finanziario e diplomatico, per superare le resistenze dei governi stranieri e accaparrarsi terreni agricoli. Contatti politici sono in corso con il presidente Lula per spianare la strada a maxiacquisizioni di terre in Brasile. La nuova strategia si proietta su tutti i continenti, gli obiettivi potenziali sono tanti. Il Brasile e l' Argentina per soya, zucchero, mais. La Nigeria per miglio, semi e arachidi da olio. Indonesia e Malesia per riso, legname, palme da olio per i biocarburanti. Australia e Nuova Zelanda per gli allevamenti di bestiame e la produzione di latte. Gli uffici commerciali delle ambasciate cinesi all' estero hanno mappe dettagliate dei raccolti più importanti per ogni paese. Dal Messico all' Uganda alla Birmania, la Cina è pronta a subentrare ai latifondisti pubblici e privati. Da tempo le autorità di Pechino studiano i precedenti. Alcuni produttori di petrolio come l' Arabia saudita e la Libia hanno avviato contatti analoghi (per esempio con l' Ucraina) proponendo uno scambio inedito: contratti di fornitura di petrolio in cambio di terre agricole; la sicurezza energetica come contropartita della sicurezza alimentare. La decisione cinese è stata accelerata dagli ultimi eventi. Da una parte i contraccolpi della crisi del riso: tre nazioni asiatiche - India Tailandia e Vietnam - hanno imposto il contingentamento delle loro esportazioni. Un gesto che Pechino considera allarmante. Significa che non basta avere il più grosso attivo commerciale del pianeta per "fare la spesa all' estero" in caso di bisogno; non si può dare per scontato il libero accesso ai mercati mondiali; in una crisi l' offerta di alimenti può prosciugarsi all' improvviso. L' altro fenomeno che preoccupa i leader cinesi è la "finanziarizzazione" dei mercati agricoli. Gli hedge fund sono entrati in forze nella speculazione sui futures dei raccolti. Nel solo mese di marzo sul Chicago Stock Exchange si sono scambiati contratti futures per 21 milioni di tonnellate di soya: più del doppio dell' anno scorso. Come per il petrolio, anche per le commodities agricole ormai agiscono potenti fenomeni di anticipazione. La finanza scommette sugli scenari di aumenti dei consumi mondiali, e attraverso il gioco sui futures le previsioni al 2020 fanno schizzare al rialzo i prezzi del 2008. La "bolla" delle anticipazioni è un meccanismo infernale dal quale la Cina vuole riuscire a ripararsi, mettendo al sicuro dalla spirale speculativa i raccolti dei prossimi anni. Il modo migliore è allungare le mani su nuove terre in America latina, nel sudest asiatico, in Africa, diversificando le produzioni e l' esposizione ai rischi climatici. Il principale ostacolo da superare sono le resistenze politiche dei governi stranieri su un tema strategico come l' autosufficienza alimentare. Ma Pechino ha argomenti persuasivi. Il modello è un accordo di lungo termine appena firmato con il Congo, l' ultimo di una serie di partner africani conquistati dalla Repubblica Popolare. I cinesi costruiranno strade, ferrovie, aeroporti, ospedali; in cambio intere miniere di rame e cobalto sono di fatto ipotecate. Migliaia di operai cinesi sbarcheranno in Congo per portarvi la promessa di una modernizzazione che non riuscì agli ex padroni coloniali europei. E' il patto che la Cina propone a molte nazioni emergenti per avere le loro materie prime. Poche possono permettersi di rifiutare l' offerta. -

domenica 11 maggio 2008


NOTTE BIANCA A PALERMO IN CORSO CALATAFIMI


NOTTE BIANCA IN CORSO CALATAFIMI.
Ernesto Maria Ponte, Gianni Nanfa e Gino Carista saranno presenti alla "Night Fest – La notte bianca in Corso Calatafimi" Domenica 11 maggio 2008.
In un’atmosfera piena di luci e di colori Domenica 11 Maggio, dalle ore 18 in poi, Corso Calatafimi a Palermo, da via Cuba a via Gino Marinuzzi, sarà trasformato in un'isola pedonale, attuando un’idea nata per valorizzare un quartiere d’importanza storica come Cuba Calatafimi, per riscoprirne la bellezza e per mostrarne le realtà artigianali, artistiche e creative che, seppur in modo sommerso, in questo quartiere ancora vivono.
L’evento sarà aperto da un corteo storico di figuranti in abiti barocchi.
Le esilaranti esibizioni di Ponte, Nanfa e Carista e una lunghissima kermesse musicale di gruppi emergenti, accompagneranno i cittadini palermitani, in quello che molti già considerano l’evento dell’anno.
Inoltre, danza, tornei ludici, sport, mostra mercato, degustazione di prodotti tipici, conferenze, artisti da strada, un'estemporanea di pittura a premio, negozi aperti e caccia al tesoro notturna, saranno solo alcune delle iniziative che avranno luogo nel corso della notte.
Organizzazione evento: Associazione Omnibus OnlusInfo: nottebiancapalermo.myblog.it – e mail: omnibusonlus@libero.it – cell. 339/7008506
D.ssa Letizia M. MineoPresidente Associazione Omnibus Onlus organizzatrice dell'evento

Il tratto di Corso Calatafimi in cui avviene l'evento è

tra via Cuba e via Porrazzi




giovedì 24 aprile 2008

martedì 22 aprile 2008


L’Amore è anche il motore che vi permette di trascendere tutto.







EARTH DAY
La Terra ha la febbre
Gli effetti del riscaldamento globale, sugli ecosistemi del pianeta non sono più semplici previsioni legate a scenari futuri, ma sono già in atto, e ad ogni livello della biosfera. La conferma arriva da un gruppo di esperti, una decina fra biologi, ecologi e botanici di nazionalità americana, inglese ,francese, tedesca e australiana, che ha passato in rassegna le principali ricerche, circa un centinaio, sui processi ecologici sensibili alle variazioni climatiche. I risultati di quest'analisi sono stati pubblicati sulla rivista Nature, nel numero di marzo, e sono poco incoraggianti. L'aumento di 0.6 gradi delle temperature medie terrestri registrato nell'ultimo secolo ha infatti influenzato le fenologia e la fisiologia degli organismi, la varietà e la distribuzione geografica delle specie, e la durata delle stagioni.
E' forse quest'ultimo l'aspetto più riconoscibile delle mutazioni proprio perché sotto gli occhi di tutti. La primavera a partire dal 1960 arriva prima, aumentando la sua durata di circa 12 giorni: dal ritorno degli uccelli migratori, alla comparsa delle farfalle, alla fioritura degli alberi, tutto arriva in anticipo, stimolato dalle mitezza del clima. Con il rischio, però che bruschi cali di temperatura o gelate improvvise compromettano i nuovi germogli o le uova appena deposte. Per contro l'aumento delle temperature ritarda l'arrivo dell'autunno, da un minimo di 0.6 a un massimo di 3.6 giorni per decade. Ma questa tendenza è meno pronunciata e ancora contraddittoria.
I cambiamenti climatici hanno anche modificato la distribuzione delle specie: il riscaldamento ha infatti determinato lo spostamento degli habitat verso le alte latitudini. Agli organismi a questo punto non rimangono che due strade per sopravvivere: adattarsi alle nuove condizioni o trasferirsi alla ricerca di luoghi più favorevoli. Per le specie che non riescono a stare al passo con gli eventi c'è solo l'estinzione. E' quanto sta accadendo ai coralli che non trovano a latitudini minori le condizioni di luce presenti ai tropici e all'equatore. In questo modo è già andato perso il 27 per cento dei reef del pianeta.
Né la migrazione massiccia di specie in nuovi habit può dirsi esente da rischi, il pericolo di alterare l'equilibrio pre-esistente dell'ecosistema è forte. La recente invasione del Mediterraneo da parte di pesci e alghe tropicali, per esempio, ha compromesso molte specie autoctone; e la colonizzazione dell'Antartico da parte di muschi e invertebrati ha contaminato una nicchia ecologica rimasta fino a pochi anni fa totalmente isolata dal resto del pianeta.
Indicatori precisi e affidabili dei cambiamenti climatici sono gli anfibi e i rettili. La loro eterotermia li rende estremamente dipendenti dalla temperatura e dall'umidità. In alcune specie di tartarughe il sesso della prole è correlato alle temperature del mese di luglio: un aumento anche modesto (2-4 gradi) è sufficiente per ridurre il numero della componente maschile del gruppo. Per alcune specie il cambiamento climatico si è rivelato una fonte di rischio indiretta: il riscaldamento delle acque dell'Oceano Meridionale ha messo in crisi le aree di produzione di krill, il principale nutrimento di balene, foche, pinguini e uccelli di mare. Così come le migrazioni anticipate hanno portato alcune specie a competere per le risorse di cibo disponibile e non sufficienti a coprire questo inaspettato surplus di predatori.
Molti sono i meccanismi che i ricercatori devono ancora chiarire. "La complessità delle interazioni ecologiche rende difficile estrapolare i dati dagli studi" scrivono gli autori.Questo perché per le indagini ecologiche si lavora su scala locale e a breve temine (alcune decadi), mentre la climatologia utilizza scale spaziali e temporali più ampie. Tuttavia già questi primi dati spingono a riflettere: se variazioni climatiche tutto sommato piccole hanno determinato implicazioni di così vasta portata, che cosa accadrà nei prossimi anni in cui si prevedono aumenti di temperatura sempre più consistenti?

mercoledì 9 aprile 2008

venerdì 4 aprile 2008

mercoledì 2 aprile 2008

giovedì 27 marzo 2008

lunedì 17 marzo 2008

Il silenzio assordante dei politici e del Papa sui massacri in Tibet

Bologna, 17 marzo 2008

- In queste ore, mentre il regime comunista cinese massacra i tibetani,

ciò che disgusta di più in Italia è il silenzio assordante di troppi politici di ogni colore

e persino del Papa

che non hanno il coraggio di prendere una posizione durissima

su ciò che sta accadendo in Tibet.

Dove per posizione durissima s'intende boicottaggio delle Olimpiadi,

richiamo dell'ambasciatore italiano a Pechino,

azione comune europea per ridiscutere la posizione dell'Unione verso la Cina.

Almeno Putin, cioè Medvedev, il suo clone,

parla cinico e chiaro: "Il Tibet è un affare interno della Repubblica Popolare

e noi non ci immischiamo".

Vi risparmiano, invece,

la selezione delle dichiarazioni ipocrite e melense che intasano le agenzie.

La chiamano realpolitik.

Tradotto in soldoni, significa che fare affari con la Cina è troppo importante

per preoccuparsi dei monaci e dei ragazzi di Lhasa che sono stati

o che saranno perseguitati, incarcerati, assassinati

per avere osato chiedere la libertà.

Quanto al Vaticano, vale la stessa scusa accampata nel dicembre scorso,

quando, con rispetto parlando,

per non comprometrtere il dialogo con Pechino

non ci fu né un monsignore né un cardinale né un priore

che si degnasse di ricevere il Dalai Lama.

Celebrato invece con tutti gli onori al Congresso degli Stati Uniti

che l'insignì della medaglia della Libertà,

in Germania, in Francia e in cento altri Paese meno pavidi del nostro.

In Italia, il Dalai Lama è stato trattato come un appestato dalla nomenklatura

di un sistema marcio sino al midollo,

come dimostrano le cronache di una campagna elettorale noiosa,

stantia, plastificata.

Soltanto Beppe Grillo e Letizia Moratti

si inchinarono davanti a lui.

Come dimenticare, invece, la non accoglienza riservata tre mesi fa

alla massima autorità spirituale tibetana dal governo Prodi

e dal capo dell'opposizione Berlusconi:

fecero tutti a gara a squagliarsi, adducendo i pretesti più ignobili,

pur di non stringere la mano a Tenzin Gyatso.

Non parliamo dei dirigenti dello sport italiano:

se la fanno talmente sotto che non hanno nemmeno il coraggio

di spiegarci perchè gli atleti italiani dovrebbero partecipare ai Giochi di Pechino

nella capitale di un Paese che calpesta i diritti umani,

che ogni anno manda a morte migliaia di detenuti e dove,

ha annotato Roberto Baldini, capo della redazione esteri di Qn,

"si viene uccisi dallo Stato per 69 reati, tra cui: evasione delle tasse,

appropriazione indebita, gioco d’azzardo, bigamia, gestione di un bordello,

disturbo della quiete pubblica, contrabbando di sigarette,

organizzazione di circoli pornografici, contrabbando di macchine,

pubblicazione di materiale pornografico,

vendita di false fatture, furto di mucche, cammelli e cavalli,

vendita di falsi certificati di controllo nascite,

vendita di falsi certificati di sterilità,

vendita di denaro contraffatto,

caccia al panda gigante e alla scimmia d’oro e pirateria informatica:

dove per pirateria si intende anche scrivere le proprie idee su Internet".

Leggete un po' qua:

"La nostra posizione è quella del Coni,

stante la centralità del Coni come soggetto di riferimento di tutto il movimento olimpico.

Non è ipotizzabile una situazione per cui ogni federazione

articola una posizione specifica.

Riteniamo doveroso esprimere riflessioni in sede Coni,

ma non in altre sedi". Firmato Giancarlo Abete,

presidente della Federcalcio campione del mondo.

Capito?

In Tibet massacrano gli oppositori,

"ma non è ipotizzabile una situazione per cui ogni federazione

articola una posizone specifica".

Ma si può parlare così?

Adesso pare che, per quanto sciolto,

il Parlamento si riunisca, a livello di Commissione Esteri,

per esaminare la situazione tibetana.

Senza fretta, però.

Prima ci sono i comizi.......

V E R G O G N A

sabato 15 marzo 2008


















Dura da quasi sessant'anni il conflitto tra le autorità di Pechino
e il governo tibetano per il controllo del 'Tetto del mondo'.

Ecco una cronologia delle tappe principali:
- 1950: la Cina invade la parte orientale del Tibet. - 17 nov. 1950: il 14simo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, assume a 15 anni in pieni poteri. - 23 mag. 1951: i leader tibetani sono forzati a firmare un trattatoche pone la regione sotto l'amministrazione della Cina. - 1954: la popolazione resiste all'occupazione cinese. Scontri e disordini. - lug. 1954: il Dalai Lama visita la Repubblica Popolare cinese. Ha un incontro con Mao Tse Tung. - mar. 1959: gli scontri tra la resistenza tibetana e i cinesi provocano decine di migliaia di vittime (90.000 solo a Lhasa). - 17 mar. 1959: dopo la durissima repressione inizia l'esilio del Dalai Lama e dei suoi ministri a Dharamsala, nel Nord dell'India. - 1963: Pechino vieta agli stranieri di visitare il Tibet (il divieto rimarrà in vigore fino al 1971). - 1965: il governo cinese crea la regione autonoma del Tibet e favorisce il trasferimento dei cinesi nella zona. - 1966: la «Rivoluzione culturale» porta alla distruzione di monasteri e altri beni della tradizione tibetana. - 1979: primo contatto tra il Dalai Lama e i rappresentanti di Pechino dal suo esilio. - 21 set. 1987: il leader religioso tibetano presenta al Congresso statunitense il suo 'Piano di pace per il Tibet in cinque puntì. - 7 mar. 1989: dopo tre giorni di scontri e violenze, il governo cinese impone la legge marziale a Lhasa. - 10 dic. 1989: il Dalai Lama è insignito del Premio Nobel della pace. - ago. 1994: la comunità tibetana in Svizzera accusa la Cina di essere responsabile della morte di 1,2 milioni di tibetani e della distruzione sistematica di oltre 6.300 templi e siti storici.
- 1995: il Dalai Lama afferma che Gedhun Choekyi, un bambino di sei anni, è la reincarnazione del Panchen Lama (seconda figura religiosa del buddismo tibetano), ma le autorità cinesi lo mettono agli arresti domiciliari e incoronano Gyancain Norbu, como undicesimo Panchen. - dic. 2000: nuovi contatti tra Pechino e il governo tibetano in esilio, il quale avanza nuovamente la cosiddetta proposta del «cammino intermedio», ideata dal Dalai Lama nel 1979: rinunciare all'indipendenza in cambio di un'autonomia che permetta alla popolazione di conservare la propria identità. - 2001: Samthong Rinpoche viene eletto primo ministro del governo in esilio. - set. 2002: il presidente della Regione autonoma del Tibet riceve ufficialmente gli inviati del Dalai Lama, nella prima riunione di funzionari di alto rango dopo la rottura del 1993. - 24 giu. 2003: l'India firma un accordo con la Cina nel quale si impegna a riconoscere il Tibet come provincia cinese, ma continua a riconoscere lo status di rifugiato al Dalai Lama e al suo governo. - mag. 2004: le autorità di Pechino firmano un documento in cui si respinge la richiesta tibetana di maggiore autonomia (sul modello attuato con Hong Kong). - mar. 2005: in un'intervista al 'South China Morning Post', il Dalai Lama afferma di aver accettato che il Tibet sia parte della Repubblica popolare cinese. - 3 lug. 2006: inaugurato il primo collegamento ferroviario tra Pechino e Lhasa.















Lhasa, 15 marzo 2008






- Sarebbe di almeno 100 morti il bilancio delle vittime degli scontri di ieri tra i manifestanti tibetani e l'esercito cinese a Lhasa, la capitale del Tibet. E' quanto si apprende da "informazioni non confermate" comunicate dal governo tibetano in esilio nel nord dell'India.
"Abbiamo informazioni non confermate che tengono conto di un centinaio di morti e dell'instaurazione della legge marziale a Lhasa", ha spiegato in un comunicato il governo tibetano in esilio. Il governo si è dichiarato "molto preoccupato" da informazioni che "arrivano dalle tre regioni del Tibet e che tengono conto di persone uccise in maniera indiscriminata, di feriti e di arresti di migliaia di tibetani che manifestavano in modo pacifico contro la politica cinese".
Le manifestazioni contro l'autorità di Pechino hanno fatto almeno 10 morti e numerosi feriti, secondo l'agenzia ufficiale Xinhua. Intanto il primo ministro del governo tibetano, Samdhong Rinpoché, ha lanciato un appello alla Cina affinché agisca con "compassione". "Speriamo che i dirigenti cinesi, che hanno messo fine in passato al movimento per la democrazia a piazza Tiananmen, affrontino questa situazione con compassione e saggezza", ha detto il premier.
Rinpoché, secondo il quale i tibetani sono rimasti "choccati" dal ricorso alla violenza per reprimere le manifestazioni, ha avvertito che la repressione potrebbe accrescere la spirale di violenza. "Gli avvenimenti recenti in Tibet sono stati mal recepiti dalla comunità tibetana e potrebbero condurre certamente ad altri disordini in Tibet e fuori dal Tibet", ha detto il primo ministro in esilio.

LA PROTESTA SI ALLARGA
Nuove manifestazioni di protesta contro le autoritità di Pechino, guidate dai monaci tibetani, sono in corso nella provincia cinese di Gansu, nel nord-ovest del Paese: lo hanno riferito gruppi di difesa dei tibetani. "Abbiamo la conferma di manifestazioni nel monastero di Labrang a Xiahe e le forze dell'ordine sono intervenute con gas lacrimogeni", ha dichiarato alla France presse Kate Saunders, della Campagna internazionale per il Tibet.
Altre manifestazioni sono in corso in almeno altre due città della stessa provincia, dove sono presenti molti monasteri, secondo quanto riferito da un'altra organizzazione, Campagna per il Tibet libero.

SOS ALL'ONU
Il governo tibetano in esilio nel nord dell'India ha lanciato un appello oggi per un'inchiesta dell'Onu sulle violenze in Tibet, definite "violazioni dei diritti dell'uomo". "Il Parlamento tibetano invita l'Onu ad inviare immediatamente propri rappresentanti e a intervenire ed indagare sulle violazioni attuali dei diritti dell'uomo in Tibet", si dichiara in un comunicato.

LA TV CINESE: COLPA DEL DALAI LAMA
La televisione pubblica cinese ha mandato in onda questa mattina le immagini della rivolta a Lhasa, capitale del Tibet, e ne ha addossato la responsabilità ai sostenitori del Dalai Lama, il leader spirituale in esilio dei tibetani. Nel filmato, trasmesso dalla 'Cct', si vedono centinaia di manifestanti per le strade di Lhasa attaccare edifici, dare fuoco a negozi e ad automobili.
"Vi sono prove in abbondanza a conferma che si tratta di un piano organizzato e condotto dalla cricca del Dalai Lama - commentava la voce fuoricampo - La popolazione del Tibet è furibonda e condanna con forza queste attività destinate comunque a fallire".

CLEMENZA PER LA RESA
Le autorità tibetane hanno chiesto ai rivoltosi di consegnarsi entro la mezzanotte di lunedì, offrendo loro 'clemenzà in cambio anche di informazioni sui responsabili dei violenti scontri di ieri, che sarebbero costati la vita a 10 persone. In una nota, le massime autorità di sicurezza di Lhasa hanno denunciato che i manifestanti hanno incendiato scuole, ospedali, centri per bambini, negozi ed abitazioni, danneggiato auto, saccheggiato proprietà e ucciso «gente innocente».

GIU' LE MANI DALLE OLIMPIADI
La crisi in Tibet non avrà alcun effetto sulle Olimpiadi di Pechino o sul cammino della torcia olimpica:lo hanno reso noto gli organizzatori, nella giornata in cui fonti non ufficiali citate dal governo tibetano in esilio parlano di cento morti nella repressione a Lhasa, "Il Comitato organizzatore si oppone a qualsiasi tentativo di strumentalizzare i Giochi Olimpici, cosa che andrebbe contro lo spirito delle Olimpiadi: abbiamo ricevuto un grande appoggio da parte della comunità internazionale", ha dichiarato il portavoce Sun Weide, che ha concluso: "Ospitare le Olimpiadi rappresenta un sogno secolare per il popolo cinese - compresi i nostri compatrioti in Tibet".
Le autorità di Pechino hanno chiuso agli scalatori il lato cinese dell'Everest- dove dovrà transitare la torcia olimpica diretta a Pechino - per impedire agli attivisti per la difesa dei diritti umani di sabotare la cerimonia.

AMNESTY: LA TREGUA NON BASTA
"La Cina non ha rispettato gli impegni presi in materia di diritti umani e sperare che lo faccia durante i Giochi olimpici è «illusorio e insufficiente". Paolo Pobbiati, presidente di Amnesty International Italia, non crede che la tregua olimpica fermerà la repressione in Tibet e punta il dito contro Pechino - rea di aver mentito in occasione dell'assegnazione dei Giochi - e contro gli Stati Uniti, «che hanno avuto torto a togliere la Cina dalla lista dei cattivi».
«Quello che accade in Tibet è la conferma che la Cina non intende rispettare l'impegno assunto nel 2001» ha detto Pobbiati all'Agenzia Italia, «quello che sta accadendo oggi in Tibet e non solo in Tibet dimostra che è stata una promessa vana e non mette in discussione il fatto che i giochi si svolgano a Pechino, ma la serietà dell'impegno che la Cina ha assunto per migliorare la situazione dei diritti umani».
Quello che Amnesty chiede è «la cessazione di ogni atto di violenza da parte delle forze cinesi e la liberazione dei dimostranti che manifestavano in maniera pacifica». Secondo Pobbiati, «la tregua olimpica è insufficiente ed è un gesto di mera propaganda, Nessuno può accontentarsi del fatto che per due settimane si fermi questo apparato di censura, repressione e pena di morte. Appena pochi giorni fa gli Usa hanno tolto la Cina dalla 'top ten' dei Paesi che violano i diritti umani e Pechino sta dimostrando nel modo più plateale possibile che Washington si è sbagliata».

venerdì 14 marzo 2008




Io, Giuliano e le donne
Colloquio con Adriano Sofri

di Wlodek Goldkorn

Un pamphlet di Sofri attacca la crociata anti-aborto di Ferrara.

E la sua visione del mondo femminile


Adriano Sofri, confinato nella sua casa a Impruneta, pensa che questa volta "Giuliano l'ha fatta grossa". Giuliano è Ferrara, direttore del 'Foglio', amico di Sofri da oltre trent'anni e la cosa 'grossa' è la sua crociata contro l'aborto che mina ogni idea di sessualità felice. E così Sofri ha scritto un libro intitolato 'Contro Giuliano. Noi uomini, le donne, l'aborto', in uscita in questi giorni da Sellerio. Si tratta di un testo militante, di parte, e in cui non si fanno sconti all'avversario. In questa intervista Sofri vuole partire però da una premessa: "Anche chi non può vedere Giuliano dovrà riconoscergli, in un corpo da elefante, se non da Sancho Panza, un'anima donchisciottesca. In questa crociata è riuscito a isolarsi non solo dai suoi supposti partner politici, ma dalla stessa ufficialità della Chiesa. È vero che il papa, così impetuosamente corteggiato, nell'incontro al Testaccio gli ha detto: 'Finalmente', ma non si può escludere che, al primo scarto, arrivi una Bolla pontificia con quel famoso incipit: 'Un cinghiale è entrato nella vigna del Signore'". Ma subito dopo Sofri entra in polemica: "Giuliano è convinto che la nostra società si divida in due, di qua il mondo femminista e libertario, di là il mondo familista e cattolico, e lui ha passato le linee, ha lasciato il suo mondo d'origine e ha trovato casa nel nuovo mondo. E quando si ripudia un mondo, si è tentati di calunniarlo. Così Giuliano ha scritto che 'le donne non sono solo quelle coi capelli tinti di viola, i tacchi alti, e il grido dell'ideologia sempre in gola'. Il grido dell'ideologia è allarmante da qualunque parte provenga, ma i tacchi alti e i capelli viola (non è la fata turchina?) possono essere una meraviglia". Cominciamo dall'inizio. Perché va difesa la legge 194?"La 194 è il confine di qua dal quale si può cominciare a discutere. Anche Ferrara ripete di non volerla toccare, benché sottovaluti che l'apparente rassegnazione della gerarchia cattolica nei confronti della legge è solo questione di rapporti di forza: quando l'aria cambiasse, ne farebbero un solo boccone. Io provo a immaginare l'autodeterminazione di ogni donna, rispetto allo Stato o agli uomini o alle altre donne, come una inviolabile questione di sovranità territoriale. Il corpo delle donne appartiene alle donne, e fino a quando la creatura che cresce dentro il corpo della madre non se ne sia staccata, non c'è diritto di ingerenza umanitaria che possa violare questa sovranità personale. L'ingerenza umanitaria sa che la sovranità di uno Stato o di qualunque corpo sociale non esaurisce in sé i suoi cittadini individui. Madre e nascituro sono invece due e tutt'uno: come non succede in nessun'altra circostanza. L'Habeas corpus, se non si riconosce questo, non è un vero diritto, ma un privilegio dei maschi per i maschi".
Lei accusa Ferrara anche di poca eleganza..."Di indelicatezza, che a lui sembra franchezza. Non è solo affare di tono, ma di sostanza. L'aborto, proclama, è omicidio. Allora, gli chiedi, le donne che abortiscono sono assassine? No, protesta lui, assassini siamo io, tu, la società. Ma questa che nelle sue intenzioni è indulgenza - c'è l'omicidio, ma non c'è l'assassina - si traduce in un'espropriazione. Le donne, già recipienti passivi delle nuove vite da dare ai loro uomini, finiscono per essere tramiti irresponsabili della stessa vita mancata nell'aborto. Uccidono, ma non sono state loro: siamo 'io, tu e la società'". Altra accusa. Dice che Ferrara ha abusato dei testi di Bobbio e di Pasolini."Nella passione della sua crociata Giuliano non esita ad arruolare testimoni autorevoli (e maschi) come Bobbio o Pasolini. Ma Bobbio, in un'intervista fin troppo citata, faceva l'errore di anteporre il diritto del concepito a quello della madre: se lo si accettasse, di fronte a una minaccia fatale per la vita della madre o del concepito si dovrebbe sacrificare la madre. Ciò che è impensabile per la legge e la morale, e può avvenire solo in casi eroici. Con Pasolini c'è un fraintendimento totale. Nel famoso articolo sul 'Corriere' in cui si diceva 'contro l'aborto', Pasolini si dichiarava per le stesse ragioni contro la nascita. La temerarietà di Pasolini - poco capita allora, e ignorata dall'uso del 'Foglio' - consisteva nel dire che la sovrappopolazione è la minaccia principale alla terra, e dunque bisogna opporsi alla sessualità riproduttiva, e di conseguenza dire la cosa che più lo bruciava: che il coito eterosessuale è il vero bersaglio politico, a vantaggio di una sessualità dissociata dalla riproduzione. Aborto? No grazie. Nascita? No grazie. Fate l'amore, purché non facciate figli".
La parola 'moratoria' è però suggestiva."È un furto con destrezza: era appena stata votata la moratoria sulla pena di morte, e Ferrara l'ha afferrata e l'ha girata all'aborto. Alla lettera, moratoria dell'aborto non significa niente: gli Stati possono sospendere le esecuzioni capitali, ma le donne non possono sospendere sine die gli aborti. Dunque si tratta di uno slogan suggestivo, ma niente più. Altra cosa è chiedere alla coscienza internazionale, e alle Nazioni Unite, la condanna delle demografie forzate di Stato, come la legge cinese del figlio unico, che sequestrano la volontà delle donne e delle famiglie, decretano l'abolizione di sorelle e fratelli, spingono a sopprimere le nuove nascite femminili, in ciò aggiungendosi a una cultura patriarcale e maschilista sempre in auge".Quindi Ferrara pone un problema reale."Giuliano fa l'errore di mettere sullo stesso piano la libertà personale delle donne, che è il distintivo più prezioso delle democrazie, e l'invadenza brutale dello Stato che sottomette i corpi dei cittadini, e fisicamente delle donne, alla tirannide del corpo sociale. Una mobilitazione contro la demografia coercitiva e la persecuzione delle bambine è un compito urgente e meraviglioso, e unirebbe le persone oltre le demarcazioni di partito o di confessione. Il nome mediocre di moratoria non sarebbe all'altezza di un così bel programma. Sarebbe bello un titolo come: 'Il mondo salvato da una bambina'". Ferrara si immagina donna..."È vero che la crociata di Ferrara ha costretto a pensare a cose rimosse per abitudine. Ed è vero che dello scandalo dell'aborto lui parla da vent'anni almeno. Però lo fa, anche quando racconta le sue esperienze personali, annullando la distanza fra l'aborto immaginato degli uomini e quello vissuto delle donne. Dice: 'C'è un bambino nella mia pancia'. Ma noi uomini non abbiamo un bambino nella pancia, e non riusciamo a figurarci di averlo. Una mia amica mi ha detto: 'Quando si parla di queste cose, voi uomini vi identificate col bambino, noi donne con la madre. Eppure nessuno ama il bambino come la madre'. Nell'episodio dell'ospedale napoletano questo è stato così chiaro! Giuliano si è dato meno pensiero della violazione del corpo e dell'anima di una donna già in una condizione di dolore e debolezza, e ha fatto propria la causa del feto: 'Napoli, ucciso bimbo perché malato'. E in questa identificazione, si è spinto a figurarsi malato di quella sindrome di Klinefelter, e ha certificato i propri testicoli piccoli, le proprie mammelle grandi: 'Sono pronto a mostrarvele'. Ma questo sconfinamento generoso è un'appropriazione indebita. Tant'è vero che Giuliano non ha nessuna sindrome di Klinefelter: ha le palle piccole e le tette grandi, ne siamo capaci tutti".Però c'è rapporto tra eugenetica e aborto."Certo che esiste il problema della selezione capricciosa delle qualità dei nascituri. La protezione e la simpatia per la debolezza è il cuore della civiltà. Ma si amano le persone, non la malattia". Lei non crede neanche alla possibilità di conversione."Quella di Ferrara si dichiara come una conversione, 'non ancora' religiosa, ma sì di vita, e un appello alla conversione altrui. Su questo terreno minatissimo, ho un paio di obiezioni, o di dubbi. La conversione è una rivoluzione, la più auspicabile delle rivoluzioni, e forse l'unica possibile. È possibile una specie di 'conversione permanente', una velleità di conversioni che cerca di volta in volta la sua occasione? Ed è possibile restare per tutta una vita il Davide di qualche Saul, senza mai diventare il Davide di se stessi? Giuliano può replicare che questa è la volta vera, e che l'aborto è lo scandalo supremo della nostra epoca. Io non riesco a credere nemmeno questo. Una bambina, un bambino che viene al mondo è la cosa più bella, ma un embrione abortito non è la cosa più brutta - se mai si volessero fare paragoni -: la cosa più brutta è un bambino nato che muore di fame o di abbandono o di violenza, che si aggrappa al seno vuoto di sua madre".
(13 marzo 2008)

mercoledì 12 marzo 2008







OTTO ANNI PER SCRIVERE UNA SENTENZA....



Intanto i boss sono liberi

Due mafiosi condannati otto anni fa a 24 anni di reclusione ciascuno, la moglie del boss Piddu Madonia condannata a 8 anni di reclusione e altri quattro favoreggiatori di Cosa nostra condannati a pene minori, sono liberi da 6 anni perché il giudice che emise la sentenza, Edi Pinatto non ne ha ancora scritto le motivazioni.



È un record, s'intende negativo, della giustizia italiana che ancora oggi rimane tale e che fa gridare allo scandalo il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, che si è rivolto al ministero della Giustizia: "Non si può - dice - consentire che in uno Stato democratico basato sul diritto, lo Stato condanni ed un magistrato, a distanza di quasi otto anni non depositi una sentenza per cui un intero clan mafioso è in libertà e gira tranquillo per la mia città". Edi Pinatto, 42 anni, da sette, da quando ha lasciato Gela, è pubblico ministero alla procura di Milano. La sua stanza è al quinto piano, la numero 512 e lui è quasi sempre presente, non si è mai assentato eppure, nonostante siano trascorsi esattamente 7 anni, 8 mesi e 18 giorni, non è riuscito a scrivere le motivazioni di quella condanna. "Perché vuole sapere di questa sentenza? Io non posso parlare di cose di lavoro con i giornalisti", è la sua prima reazione. E quando obiettiamo che non si tratta di rivelare segreti relativi ad inchieste in corso e che chiediamo di sapere perché tanto ritardo, Pinatto abbassa il volume della radio che trasmette brani di musica jazz e risponde serafico: "Guardi, io non posso proprio dire nulla, se vuole ne parliamo dopo, quando finirò di scrivere la sentenza". Ma intanto sa che quei due mafiosi condannati, così come la moglie del boss Piddu Madonia, sono liberi? "Sì lo so, ma non è la prima volta, non sono il solo a metterci tanto tempo. Le scriverò fra alcuni mesi, appena smaltirò questi fascicoli che lei vede sul mio tavolo, e solo allora potremmo parlarne. Adesso mi lasci lavorare". La storia di questo processo, uno dei più lunghi della storia giudiziaria italiana, comincia nel dicembre del 1998, quando i carabinieri del Ros arrestano una cinquantina di mafiosi in tutta la Sicilia, tutti favoreggiatori e uomini di Bernardo Provenzano. Tra questi Giuseppe Lombardo, Carmelo Barbieri, Maria Stella Madonia e Giovanna Santoro, rispettivamente sorella e moglie del boss della Cupola, Piddu Madonia da anni in carcere dove sta scontando una serie di ergastoli.
Il troncone nisseno, per competenza, passa al tribunale di Gela ed Edi Pinatto presiede la sezione che processerà i quattro imputati eccellenti, considerati esponenti di primo piano di Cosa nostra. Il 22 maggio del 2000, in tempi brevissimi, arriva la sentenza di primo grado. Edi Pinatto condanna Lombardo e Barbieri a 24 anni di reclusione ciascuno, Maria Stella Madonia a 10, Giovanna Santoro ad 8 ed altri a pene minori. Il magistrato avrebbe dovuto pubblicare i motivi della sentenza tre mesi dopo il pronunciamento. Non lo ha ancora fatto. Così nel 2002 tutti i condannati sono stati scarcerati per scadenza dei termini di custodia cautelare. Pinatto nel frattempo aveva ottenuto il trasferimento dal Tribunale di Gela alla procura di Milano dove attualmente lavora. Ma anche a Milano Edi Pinatto si è fatto la fama di "giudice lento" tanto da essere stato sollecitato dal capo del suo ufficio che gli ha contestato, per iscritto, il suo "basso rendimento" nelle inchieste milanesi di cui è titolare. Il presidente del Tribunale di Gela, Raimondo Genco ha segnalato da tempo la vicenda della sentenza fantasma al Csm ed al ministero della Giustizia. Convocato dal Csm nel giugno del 2004, Pinatto tentò di giustificarsi in qualche modo: "È certamente un caso scandaloso - ammise - ma non è il solo, ve ne sono altri". In quell'occasione Pinatto venne "condannato" dal Csm a due anni di perdita di anzianità. Ma delle motivazioni, anche in seguito, nessuna traccia. Due anni dopo venne nuovamente convocato per lo stesso motivo. "La pervicacia dell'omissione dell'incolpato - disse il rappresentante dell'accusa al Csm - è anche denegata giustizia" e una "stasi incredibile". L'accusa chiese alla sezione disciplinare del Csm di erogare la massima sanzione prima della rimozione, ma Pinatto se la cavò con altri due mesi di perdita di anzianità. Tutti i suoi colleghi pensavano che avrebbe provveduto, invece tutto è fermo, come otto anni fa. E i mafiosi? "Stanno qua, girano tranquilli per la città e - dice un investigatore di Gela - continuano a fare i mafiosi".
di F.Viviano

martedì 26 febbraio 2008




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Non amo avere rotti i coglioni...e ...e detesto chi non li ha....