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lunedì 12 maggio 2008

Un cibo guerriero e sensuale adatto a Marte e a Venere


Il finocchio non è solo un ortaggio. è un mito.
Senza di lui non avremmo la civiltà. Fu infatti proprio grazie a una pianta di finocchio che Prometeo riuscì a rubare il fuoco al suo divino cugino Zeus, mettendo a segno il più grande furto di tutti i tempi. Il re degli dei fu beffato dall' astuto parente che, arrampicatosi sull' Olimpo, nascose una scintilla della sacra fiamma nella cavità di un gambo di finocchio selvatico e ne fece dono agli uomini. Un' autentica stangata che mandò Zeus su tutte le furie, ma in compenso fece di Prometeo il padre fondatore della gastronomia. Da quel giorno la condizione umana è cambiata da così a così. Passando di colpo dal crudo al cotto. Per i nostri progenitori mediterranei, tuttavia, il foeniculum non era quello che è per noi. Né un' insalata croccante, né un fritto stuzzicante e tanto meno un appetitoso gratin. Ma un condimento, e anche una medicina. Le sue doti rinfrescanti, carminative, rigeneranti ne fecero ben presto un simbolo di vigore, guerriero e sessuale. Al nome del finocchio è legata addirittura la memoria eroica di Maratona, la madre di tutte le battaglie. Marathon, in greco, significa appunto piana dei finocchi. Forse anche per questo i gladiatori si rimpinzavano di semi di finocchietto selvatico prima di scendere nell' arena nella speranza di infinocchiare per bene gli avversari. Principio attivo di forza, ma anche di fertilità, oltre che di sensuale sregolatezza. Plinio nella sua Storia Naturale - la prima enciclopedia scientifica dell' antichità - esalta le proprietà afrodisiache del finocchio. Un bell' infuso concentrato e il sex appeal è assicurato. Ma c' è di più. Il fiore giallo e profumato del foeniculum vulgare era una pianta sacra ad Adone, figlio e amante voluttuoso di Venere, simbolo di bellezza effeminata e dio della vegetazione dall' aura languidamente ambigua. Amatissimo dalle donne, ma anche dagli uomini. In suo onore venivano allestiti i cosiddetti giardini di Adone. Erano vasi in cui si seminavano grano, orzo, lattuga e finocchi. Miniature della natura e della sua forza vitale che esplode in primavera. E che continuano sotto altro nome nelle pianticelle con cui il cristianesimo celebra durante il rito pasquale dei sepolcri la resurrezione primaverile del dio fatto uomo. Ma anche nelle licenziose feste di Dioniso, dio di tutte le ebbrezze, i suoi sfrenati sacerdoti si cingevano la testa con corone di finocchio. Proprio come gli eunuchi sacri, adepti del culto di Cibele e di altre Grandi Madri mediterranee, che andavano in processione vestiti da donne: veli color zafferano, vezzosissime scarpe gialle, occhi pesantemente segnati con la matita nera e viso dipinto con terre colorate. In questa religione en travesti che, giunta dall' Oriente riempiva le strade della Roma imperiale di trasgressiva sensualità, c' è forse una possibile spiegazione di quel legame tra l' ortaggio e l' omosessualità le cui tracce restano peraltro così misteriose. Nel corso del tempo, il finocchio non ha perduto nulla della sua fama di pianta legata alla profezia, alla fecondità e alla buona fortuna. Tant' è che viene ancora usato a mo' di antidoto contro l' invidia. E invocato negli scongiuri e nelle formule magiche, come la celebre «occhio e malocchio, prezzemolo e finocchio». Credenze popolari, superstizioni, mitologia, religioni misteriose, saperi naturalistici. Tutto sembra aver concorso a fare di questo placebo dei poveri una pianta altamente simbolica. Buona da mangiare e quindi buona da pensare. Forte e delicata, aggressiva e sensuale, inebriante e sobria. Un vento che sparge sull' Europa un profumo di lontananze mediterranee. Come nei pani mitteleuropei dove la nordica severità della segala è sedotta dalla sensualità orientale del finocchio. O come nella finocchiona toscana, dove l' aroma redime il piacere della carne. Con quella profondità leggera dei sapori che hanno una storia.

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