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sabato 8 dicembre 2007

Il presidente dell'Iran Ahmadinejad Makwan Moloudzadeh il giovane gay

La condanna a morte era stata sospesa dalla magistratura, ritenendola “una
violazione dei precetti islamici e delle leggi morali terrene”.

In suo favore vi era stata, nell’ultimo mese, una mobilitazione internazionale.
Anche l’Italia era scesa in campo con l’organizzazione Gruppo Everyone.
L’ayatollah conservatore moderato Mahmud Hashemi,

capo dell’apparato giudiziario, aveva chiesto un nuovo giudizio per il ragazzo.

E invece Makwan Mouloudzedeh ieri mattina è salito sul patibolo

del carcere di Kermanshah, nella parte ovest dell’Iran.

Non era stati avvertiti nemmeno i familiari e il suo avvocato, Said Eqbali.

Sembra che Makwan, quando fu arrestato l’anno scorso nella sua cittadina,
Paveh, sia stato portato in giro per le strade sopra un asino, come umiliazione.
Un episodio che riapre la polemica sulla discriminazione sessuale in Iran.

Diverse organizzazioni per i diritti umani continuano a denunciare le esecuzioni
di giovani condannati solo perché omosessuali.

Esecuzioni applicate anche nei confronti di minorenni o di persone che,

all’epoca dei fatti contestati, erano minorenni.

Così come è accaduto a Makwan.

Lo scorso agosto ebbe miglior sorte Pegah Emambakhsh,

una lesbica iraniana rifugiatasi in Inghilterra

per sfuggire a una condanna a morte per omosessualità.

Il suo governo ne chiese l’estradizione.

Grazie ad una massiccia mobilitazione internazionale,

a cui aderirono migliaia di cittadini e centinaia di associazioni

e organizzazioni per i diritti umani, Pegah scampò alla morte.

Tre mesi fa, il presidente iraniano Ahmadinejad, durante una visita alla
Columbia University degli Usa, affermò che gli omosessuali non sono perseguitati
nel suo paese perché…“non esistono”. Per paradosso ne hanno impiccato uno.



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